BANNER-CONTRATTI-DI-AFFETTO

Contratti di affetto – Isidoro Malvarosa

Mrc Narrativa illustrata

“Tre colonne:
a sinistra lui, a destra lei, al centro
il flusso inarrestabile degli eventi.
Una stesura ritmata,
serrata, scura.
Una murder ballad
che dura tre ore
e finisce senza vittime,
ma con due assassini.”

Dario Brunori

Contratti di affetto è una raccolta di dieci racconti accomunati dalla temporaneità dei sentimenti. Storie giocate sul filo sottile dell’ironia e della precarietà.

Particolare attenzione è stata riservata alla forma espositiva: la narrazione trova posto al centro del foglio, le parole di lei sono a destra, quelle di lui a sinistra.

Come in una conversazione Whatsapp con in mezzo il racconto della vita vissuta tra un messaggio e l’altro.

Ne esce una raccolta agile. Leggera nei toni e chiara nella forma espositiva. La lettura procede a cascata, quasi come si trattasse di un copione teatrale.

Sono racconti scanzonati, uno spaccato dei rapporti interpersonali influenzati dalla precarietà economica e dal turbine della socialità. Storie dove il sentimentale non lascia mai spazio al patetico. Finali dove l’ironia ha sempre la meglio.

 

CHE DICE ISIDORO?

“Io, ragazzo solubile che nell’acqua lentamente si scioglie”, dice, mentre lei fa in tempo a supplicarlo, “lasciami o lanciami”. Si sente inutile quanto la quinta carta in mano, intrusa in un poker d’assi, o come un brano che passa una volta sola nella serata, stritola le casse, ti rapisce, ma sei troppo ubriaco per memorizzarlo. Poi lei prende a schizzarlo e lui scorda tutto, lasciandosi abbagliare dall’infinito. 

Che dice Isidoro? È una domanda che mi faccio spesso, già da tempo. E a volte penso, chissà se lo sa, cosa dice. Ma non mi frega nulla, in fondo. Basta che quello che voglio ci sia. Che lui sia là quando mi serve, ad aggiustarmi l’attimo. Basta che stamattina sia ispirato, non mi tiri il pacco. È strano il rapporto tra un lettore e un autore quanto è strana la pretesa che uno sconosciuto ti dia qualcosa che ti serve, senza che tu gli offra niente in cambio. Neanche un grazie. E più sconosciuto è, meglio è. Nessun rapporto, niente legami sentimentali; meglio così, lo puoi mollare quando vuoi, senza che lui se ne accorga, che ci resti male. 

Dice Isidoro che alcune cose le perdi per sempre, ma dopo aver riordinato la camera si è seduto ad aspettare… “è iniziato tutto così”. Comincia una storia d’amore che è divisa in dieci racconti che sono i diversi capitoli di un romanzo inconsueto, scolpito con uno stile che taglia ogni parola, che rende originale ogni frase. Parte il viaggio di un’esistenza che naviga un mare surreale, agitato e placido insieme, che percuote, scuote e placa. Lei è nel letto, lui a far colazione da solo ed è come se in mezzo fossero passate tre generazioni di soldati.

Non ho mai conosciuto Isidoro di persona, ho sempre e solo usato le sue sincopi mattutine, inchiodate nei suoi post, per rendermi più agevole il cammino del giorno. E ho avuto paura, quando mi ha mandato questo romanzo, di perdere uno dei miei tanti rifugi letterari; mi sono ritrovato, invece, con la gioia di guardare una stecca di sigarette poggiata sul camino, in una delle fughe montane necessarie per rifare pace con la vita di città. È una scorta intera di rimedi al malumore, quella che mi sono ritrovato sotto gli occhi. Semplice e altamente sofisticata, come quelle minestre fatte di cipolle e patate che sembrano le cose più facili da preparare, ma fatte dal cuoco giusto soddisfano il palato più sofisticato. Dice Isidoro che si può star bene con se stessi, soli, come una mela caduta dal banco della frutta, se si ha la certezza di ritrovare il bottegaio fermo al suo posto, il fruttivendolo all’angolo, il panettiere senza guanti, il meccanico annerito. Figure come punti di riferimento, nate per essere luoghi prima che persone. 

Lui è uno che parla con tutti: con il cestino dei rifiuti, con i mozziconi, con le bollicine dentro il bicchiere, con il secondo cassetto del settimino; tutti possiamo farlo, è che Isidoro riesce a farsi rispondere. Le sue domande si trasformano nei nostri dilemmi, enigmi a cui lui trova la soluzione, distruggendo il tulipano che il barista gli disegna sul cappuccino e odiando chi anticipa le frasi delle canzoni, perdendosi il gesto di lei che nel tempo di arrivare è diventata un’altra persona. 

Lui ricorda tutto, nel retrogusto di un caffè senza edulcoranti aggiunti, perché serve entusiasmo nel fallimento, per scrivere cartelli colorati che annunciano la svendita totale. E cade, come un casco usato, e non rallenta più prima di ogni curva.

Isidoro è solo un locatore di sentimenti che da piccolo si lavava ogni mattina la faccia con il sapone, convinto com’era di purificare la pelle. Combatteva una battaglia persa con l’acne, eppure stava meglio di adesso.

Gioacchino Criaco